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Siamo davvero qui, dottor Erenzi, per quella volta che sarà di troppo e ancora tutta consumata agli angoli. Le sue sedute hanno le toppe, e anche le mie, del resto.
Se questa volta le telefono sparlando delle torte che hanno le teste in mezzo al buco, e delle sigarette che si posano sui letti, inavvertitamente, e delle sedie care a Bettheleim, e dei lasciapassare che hanno bruciato senza fretta l'ultima notte a quell'infanzia berlinese così triste, è solo perché sappia che da me qualcuno pianta rose in petto per scatenare sotto pelle quello che solo osiamo intravedere, il prato progettato dal sodomita caro a Greenaway, incantevole fra madre e figlia e poi decisamente eretto, come l'albero maestro che si incaglia nei cespugli. E dov'é il mare, questa volta?
La piccola Bukowski ha queste labbra così oltre, una sporgenza di esistenza che oltrepassa quel perimetro inesperto che siamo quando siamo nel sorriso, un broncio che preme infetto di candore sull'erezione femmina mentre scalcia tra le parole e le sintassi ben sapendo che sta mettendo benzina nel gin tonic, e che da questo parte quel sentiero che per definizione s'interrompe, perché deve, quando infine si respira triplici all'unisono. La sua mano che di anelli porta cento, fotografa i colori che passano mentre l'iguana sottopelle, rubato a quel naturalismo magico che Araki morde, si infila nella vena del marito e nella mia che estatici siamo distesi come mai, Davis preso in prestito da Cronemberg, e invece l'ECG sa bene che sotto c'é Coltrane che suona, per Dio se suona. Se Davis è la perfezione, Bach nel Jazz, noi siamo dalla parte dell'esofago che spreme le sue cose favorite come le rose di Campana. Nessuna paroletta breve che perfetta infetti, solo la perfezione inabituale delle nocche e i paradisi artificiali nelle gallerie di Soho, altro che Beatrice, forse Laura, e no, nemmeno. Vorrei che quella grande tela bianca fosse per te, attraverso te, la linea che quel Rotko di cui per certo tuo marito ti ha parlato si esprime se il tuo corpo è lì, segno al pannello, mentre son io che ti fotografo, mentre restituisci al cielo di Manhattan l'uccello che per forza rendi grande, perché di fuoco sia, e ti infiammi.
Dottor Erenzi, le parlo oggi delle ragioni senza età, la libertà è la via, e quel culetto tondo di ragazza oltre i quaranta che la Simone mostrava in antibagno all'occhio fotografico che meglio la frugava di quel suo cieco amore, e la sua morte non li riunirà.
Dottor Erenzi, l'ora qui conta cinquanta. Ed a cinquanta canta il gallo, mai io Pavese lo leggevo da ragazza. Adesso preferisco la parte del poeta, quello che si svestiva frollo in mezzo ai campi. Paesi suoi, dottor Erenzi. Se sono qui, è per la negligenza nei controlli.
Ma guardi, non importa. A cena vado a trovare una ragazza che porta gli stivali a piedi scalzi, e sa che un dito è un segno di possesso. Senza anelli. Solo la vetta del dolore che muschia nel piacere, e disfa i piani.
Non so se Freud, al posto suo, mi avrebbe amata come uno dei suoi cani, portandomi al guinzaglio, restituendomi la meraviglia dei legami.